Psicopatologia: Comprendere le cause o risolvere il problema?

Il passato non mi preoccupa,
i danni che doveva fare li ha fatti; 
mi preoccupa il futuro 
che li deve ancora fare.
(Pino Caruso)

Attualmente in psicoterapia, al di la dei vari approcci esistenti,  possiamo distinguere due scuole di pensiero e metodologia differenti. Secondo i modelli classici, che seguono le logiche lineari aristoteliche, di causa effetto ( se è bianco non può essere nero), il nodo gardiano risiederebbe nella comprensione delle cause che hanno scatenato il disturbo.

Secondo le logiche non lineari invece è il funzionamento del problema stesso che ci suggerisce la sua soluzione.

Seguendo l’ottica Strategica non ci si chiede perchè tizio soffra di un determinato disturbo, ma come funziona, come si è costruito, come continua a mantenersi ed alimentarsi.

Cercare la spiegazione del perchè certi pensieri ossessivi arrivino all’improvviso fuori dal nostro controllo o le ragioni per cui ho paura di prendere l’auto o l’aereo sicuramente non aiuta a risolvere il problema…
Mi spiego meglio, sapere che la mia fobia per i conigli bianchi scaturisce da un esperienza vissuta da piccolo in cui un coniglio bianco mi ha morso il dito, sicuramente non eliminerà la mia paura dei conigli bianchi. Certo ho scoperto perchè e magari di questo mi sento soddisfatto, ma in realtà non ho mosso nemmeno un passo per cercare di risolvere la mia situazione. Solo un’attenta analisi delle tentate soluzioni messe in pratica per risolvere il problema (e invece lo mantengono) e un pianificazione delle strategie da utilizzare da li in avanti, può rompere il circolo vizioso che naturalmente si instaura in un sistema patologico.

Se volessimo seguire le logiche lineari e trovare un nesso causale che spieghi perchè è insorto un determinato disturbo, dovremmo (nella maggior parte dei casi) risalire ad un evento casuale in cui i nostri sistemi cerebrali hanno creato un “cortocircuito”, che di solito avviene tra il raziocinio e l’emozione, e porta l’individuo a fare di un eccezione una regola.

Facciamo un esempio per comprendere meglio. L’urofobia è un disturbo fobico in cui solitamente il soggetto non riesce ad urinare nei bagni pubblici o comunque in bagni “non sicuri”. Lamentano un forte senso di ansia che gli impedisce di eseguire la minzione, in particolare se fuori dalla porta c’è qualcuno ad aspettare. Seguendo le logiche di causa effetto, cosa potrebbe aver instaurato il processo per il quale molti urofobici finiscono per poter urinare solo nel bagno di casa propria o addirittura si trovano costretti ad utilizzare il catetere. Probabilmente l’aver sperimentato una prima volta un insuccesso (eccezione), ha insinuato un dubbio sulle possibili cause che l’avrebbero originato. Per alcuni che poi “non inciampano” il dubbio si dissolve in poche riflessioni, per coloro invece che cadono nella trappola patologica le possibili fonti di ispirazione per alimentare il dubbio sono innumerevoli: sarà stato che in discoteca c’era la fila e mi hanno messo fretta, sarà che nei vespasiani non riesco, sarà che il rumore delle voci mi infastidisce… Ed ecco che pian piano senza nemmeno rendersene conto iniziano ad evitare le situazioni rischiose fino ad arrivare a non provarci più (regola), non comprendendo che non mettendosi in gioco la sconfitta è sicura e che le cose non possono che peggiorare.

L’evento scatenante può essere molto forte e portare da subito una risposta patologica.

Un attacco di panico attiva immediatamente i sistemi di evitamento della situazione pericolosa e tentativo di controllo delle proprie reazioni. Il cortocircuito avviene tra la sensazione fisico-emozionale della paura, e la logica, secondo la quale, tali meccanismi non dovrebbero attivarsi fuori contesto.

L’evento può invece alimentare un dubbio che poi diventa credenza (ossessione) o peggio certezza (paranoia) e insinuarsi pian piano come un veleno che gradualmente si diffonde . La credenza di un ossessivo compulsivo che deve compiere una certa azione perchè tutto vada bene, si consolida man mano che il rituale viene utilizzato, ogni giorno diviene più forte e se non viene messo in pratica provoca una forte ansia, che di solito viene placata con la messa in pratica di rituali (preventivi o riparatori).

Quindi ecco come si originano la maggior parte dei disturbi mentali; ora chiedo ai lettori che giornalmente convivono con il proprio problema: sapere come è nato vi fornisce qualche strumento per risolverlo?

Il vero problema per chi inciampa e si chiude da solo nella propria situazione è non possedere gli strumenti adeguati per affrontare efficacemente e in modo pianificato il proprio problema. Dopotutto siamo noi gli unici artefici del nostro destino. Di solito la prima soluzione che momentaneamente allevia la sofferenza, viene utilizzata ancora e ancora in modo malindirizzato, non pianificato, e perpetuando tali azioni o pensieri da soluzione sfuggono di mano e divengono il problema ( se un ossessivo compulsivo non riesce a compiere il proprio rituale viene colto dall’ansia, effettuarlo è una tentata soluzione disfunzionale perchè al momento abbassa l’ansia, ma solo fino a che sarà indispensabile compierlo di nuovo). Una delle tentate soluzioni più comuni per alleviare le proprie sofferenze risiede nel parlare con gli altri del proprio problema. Anche nel luogo comune si suol dire: “parla del tuo problema vedrai che poi ti sentirai meglio”. Certo questa azione produce in effetti un momentaneo sollievo, ma proprio perchè momentaneo l’individuo si trova costretto a dover cercare qualcun altro per parlare e un altro e così via. Inoltre parlarne costantemente non fa altro che alimentare un pensiero che sarà sempre presente, anche nei momenti di scambio sociale  in cui dovremmo pensare ad altro. Questo è solo un esempio di una tentata soluzione disfunzionale (tra le più utilizzate c’è l’evitamento, il controllo, la delega, la rinuncia, ecc…), in realtà ciascun sistema patologico ne produce di ogni tipo e ognuno sviluppato in modo indipendente dall’individuo. Ne consegue che la soluzione dev’essere altrettanto precisa e individualizzata, che tocchi i fili giusti in modo accettabile, e offra una via d’uscita concreta e in tempi ragionevoli.

Bibliografia:

V. Ramachandran, L’uomo che credeva di essere morto, Milano, Mondadori, 2011.
G. Nardone, Solcare il mare all’insaputa del cielo, Milano, Ponte alle Grazie, 2008.
G. Nardone, Cavalcare la propria tigre, Ponte alle Grazie, 2003.
I. Conti, Autoinganni, Milano, Franco Angeli, 2012.
S. Tzu, L’arte della guerra, Torino, Einaudi editore, 2011.
G. Nardone, Paura, panico, fobie, Milano, Ponte alle Grazie, 1993.

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