sensazioni di base emozioni Psicologo Psicoterapeuta Perugia

Cosa sono le sensazioni di base, le emozioni, e come si strutturano.

 

Se non sai gestire le emozioni, le emozioni gestiranno te.
(Doc Childre e Deborah Rozman)

Quando nasciamo  la natura ci mette a disposizione delle abilità di base che poi man mano vengono sviluppate attraverso le esperienze. E’ così per la comunicazione, per il movimento, per la logica, ecc… Cioè abbiamo ad esempio la possibilità alla nascita di poter sviluppare il linguaggio parlato, se però poi tramite l’esperienza diretta non lo apprendiamo e strutturiamo, non impareremo mai a parlare. Lo stesso vale per la sfera emotiva, abbiamo una dotazione essenziale identificabile nelle sensazioni di base, e su queste fondamenta si costruiscono poi, tramite l’esperienza, varie sottoclassi di emozioni, che divergono sempre da quelle di base. 

Per comprendere meglio immaginiamoci, che da piccolo, alla prima esperienza con un gatto, esso mi abbia graffiato facendomi molta paura. Dentro di me nascerà spontanea la relazione, gatto = dolore= paura = fuga. Più seguendo le mie emozioni di paura, eviterò, non misurando materialmente la pericolosità dei gatti, più costruirò una percezione di pericolosità nei loro confronti. Più li eviterò più li renderò spaventosi, fino ad arrivare a sviluppare dei veri e propri disturbi fobici. Dopotutto siamo sempre noi a costruire ciò che poi subiamo

Dobbiamo però tener presente che nella costruzione del nostro sistema percettivo reattivo (G. Nardone 2008), le emozioni eseguono sempre bene la loro funzione. Siamo noi che mal interpretiamo i segnali che ci vengono mandati. Quindi non sono le emozioni ad andare in tilt, ma la maniera in cui le percepiamo e costruiamo. 

Tornando alla paura del gatto, la sua funzione di fondo è ben orientata perché mi mette in guardia sulla possibilità di farmi del male. Sono io che scegliendo tra la possibilità di fuga o di affrontarlo andrò a costruire le mie emozioni e percezioni. 

Scappando il gatto diverrà un mostro sempre più spaventoso da evitare a priori, perché continuo a costruire la mia percezione su ciò che sento e immagino. Dato che di fondo sento paura, costruirò sempre paura su paura, fino a creare un mostro.

Al contrario posso con cautela e coraggio affrontarlo verificando la sua effettiva pericolosità, e iniziando a costruire le mie percezioni sulla realtà dei fatti. In questo modo posso scoprire che il gatto non è solo un mostro tiragraffi ma può essere giocoso, affettuoso, simpatico… 

Quindi le sensazioni di base rappresentano la possibilità che ogni individuo ha, di poter costruire tramite l’esperienza la propria originale gamma di emozioni, in adesione con le esperienze di vita sia interne che esterne. Tutto questo va a costruire il modello percettivo reattivo di ogni individuo, che media le percezioni e allo stesso tempo le costruisce

Esistono varie teorie a supporto di questa tesi. Secondo Paul Ekman le emozioni di base sono 6, gioia, rabbia, tristezza, disgusto, paura e vergogna. Mentre Robert Plutchik, ne identifica 8 divise in quattro coppie: la rabbia e la paura, la tristezza e la gioia, il disgusto e l’accettazione, la sorpresa e l’attesa. Sembra che le emozioni che è possibile provare nelle varie sfumature e combinazioni delle sensazioni di base, siano più di 180…

Cosa si intende però per combinazione delle emozioni? Classicamente, come nelle teorie di Ekman o Plutchk, la varia gamma delle emozioni provate scaturirebbe dalla combinazione di diverse emozioni id base, ma non spiegano come poi concretamente queste vadano a costruirsi e divenire parte integrante del sistema percettivo reattivo di ogni individuo.

Dalla pratica clinica, in particolare con l’utilizzo della ricerca-intervento, in cui è la soluzione stessa a spiegare come funziona il problema, emerge chiaramente come sia la persona stessa, con il suo soggettivo percepire e reagire, a modellare la realtà che al momento stesso costruisce e subisce. Lo stesso vale per l’intera gamma delle emozioni, che semplicemente divengono reali per l’individuo nel momento in cui le sperimenta, attivandole attraverso un esperienza vissuta o immaginata. Naturalmente analizzare ogni emozione, come unica variabile in campo, a livello percettivo, sarebbe estremamente limitante e metodologicamente scorretto. In realtà infatti, in ogni istante, in ognuno di noi, sono attivi una miriade di sensori e filtri percettivi, che analizzano e ci fanno percepire la nostra soggettiva realtà. Allo stesso tempo reagendo alla realtà percepita, portiamo delle variazioni che ci ritornano, in un continuo influenzamento circolare reciproco. In questo scambio continuo è l’interezza della persona ad agire, con tutte le sue sfaccettature, e non una singola emozione. 

Non è mia intenzione analizzarle tutte, ci concentreremo in particolare su quelle più comuni con le quale ci confrontiamo ogni giorno, e che possono da una parte rappresentare strumenti estremamente utili alla comprensione degli altri e del mondo, ma che se mal indirizzate possono limitarci nel percepire o reagire funzionalmente.

Dal mio punto di vista la sensazioni di base fondamentali sono 4, e da queste divergono tutte le altre emozioni:

  • Paura
  • Piacere
  • Rabbia
  • Dolore

Analizzeremo quindi tutte le sensazioni di base con le relative emozioni, costruite sulle esperienze di vita, vissute o evitate, e che vanno, quando le strutture percettivo-reattive si irrigidiscono in copioni disfunzionali, ad instaurare meccanismi circolari di mantenimento del problema. Le strategie che vengono suggerite per la loro gestione, sono state costruite ed utilizzate in ambito terapeutico da Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, ed applicate con ottimi risultati in termini di efficacia a migliaia di casi clinici. Le indicazioni riportate di seguito possono sicuramente portare dei benefici nei casi in cui si stia attraversando momentaneamente un periodo di “blocco emozionale”, nei casi in cui invece l’irrigidimento sia protratto da tempo, divenendo quindi psicopatologia (gli attacchi di panico ne sono un esempio) sarà necessario rivolgersi ad uno specialista.

PAURA

La paura è l’emozione con cui forse ci troviamo più spesso a confrontarci. Paura di affrontare qualcosa che temo, di prendere una decisione, sugli esiti di un lavoro importante, sulle mie abilità, dell’ascensore… Ciascuno di noi ha provato paura nella sua vita. In effetti questa emozione è risultata fondamentale per assicurare la sopravvivenza dei nostri antenati. Una protoscimmia senza paura sarebbe sicuramente morta in breve tempo, magari sbranata da un leone. La paura infatti è essenziale per permetterci di confrontarci in modo adeguato con il mondo. Vi immaginate di non temere la reazione del capo di fronte ad un lavoro mal eseguito, oppure di non aver paura del traffico e traversare la strada di corsa senza prestare attenzione alle macchine in transito. Certo in entrambi i casi si preannuncia una catastrofe, quindi la paura è essenziale e ci deve essere.

Come dicevamo prima, la paura, come del resto le altre sensazioni di base, rappresentano le fondamenta sulle quali, tramite l’esperienza si costruiscono le emozioni, che ricordo sono sempre soggettive.

Le emozioni che si basano sulla paura sono:

Forma anticipatoria rivolta al futuro Ansia: Forma anticipatoria di una paura, emozione che nasce per prepararsi ad un possibile evento pauroso, che si alimenta della paura che qualcosa possa succedere

Al presente, paura, panico o orrore. E’ la tipica reazione che mettiamo in atto di fronte a un pericolo che realmente, sul presente 

Rivolta o costruita sul passato, Fobia Si costruisce sulla base di un evento passato ma si alimenta non da un esperienza diretta, ma su ciò che la persona si immagina, utilizzando come leva la paura di provare nuovamente paura, quindi ansia come forma somatica.

Coraggio, per aggirarla

Impavidità, il suo contrario

Paura posticipatoria, costruita su uno o più eventi passati, sia vissuti che immaginati. 

Logiche e stratagemmi

Gli stratagemmi che è possibile utilizzare quando siamo alle prese con la paura e con le sue emozioni correlate, e su cui è possibile costruire le strategie utili ad utilizzarla e non subirla sono:

  • aumentarla per diminuirla”: mediante la tecnica della peggiore fantasia si concentrano le proprie paure in un rituale quotidiano che le esaspera in modo immaginario e volontario. Con questa tecnica paradossale si va incontro ai propri fantasmi toccandoli per poi farli svanire.
  • “annullare una paura piccola con una più grande” : si può creare una paura più grande che inibisca la più piccola, così da usare “la paura contro la paura”.
  • “distrarre l’attenzione”: spostando l’attenzione da ciò che fa paura su qualcosa di diverso, magari molto impegnativo o più temibile, si è in grado di superare la paura nel momento critico.

Ansia

Sensazione

Cos’è l’ansia? Molti la sperimentano anche giornalmente e costantemente, ma in pochi sanno realmente cos’è…

A livello di sensazione, è il modo in cui la paura si somatizza, quella stretta allo stomaco, quella sensazione costante che qualcosa di orribile stia per accadere. Molti dei miei pazienti la definiscono come un ombra scura, che quando cala, vela di nero ogni percezione.

Non si basa su qualcosa che sta effettivamente succedendo, ma su quello che il soggetto immagina che potrebbe accadere.

Data la sua natura “fastidiosa”, che porta a percepire una sinistra stretta allo stomaco, è spesso additata come un’emozione negativa, che non ci permette di operare come vorremmo, che blocca, che mette a disagio. In realtà se spinta oltre una certa soglia è così, ma anche l’ansia ha una funzione molto importante, ci consente infatti di attivare la nostra attenzione verso potenziali pericoli futuri. Proprio per questo, oltre che rappresentare la forma in cui la paura “si fa sentire”, la definirei la forma anticipatoria della paura, su qualcosa che dovrà o potrebbe accadere. 

Le sensazioni somatiche fastidiose, sono probabilmente associate a questa funzione anticipatoria, proprio per spingere il soggetto a non affrontare, o a stare in guardia e in tensione per l’eventualità di un possibile pericolo.

Immaginiamoci un nostro antenato, al sicuro nella propria grotta, che si sta scaldando beato davanti al fuoco, ma all’improvviso, ahi, ahi, i morsi della fame, bisogna andare a caccia… Prima di uscire una strana sensazione di pericolo attanaglia l’uomo. Eppure di pericoli ancora non ce ne sono, non essendo uscito dal rifugio. Certo, non ancora, ma anticipando mentalmente ciò che da li a poco si troverà ad affrontare, immagina di poter incontrare animali pericolosi, ed ecco che al solo pensiero si accendono quelle sensazioni tipiche della paura, che lo spingono, o ad uscire il minimo indispensabile o a procurarsi delle armi e stare vigile una volta fuori. Questo anche senza la presenza di segnali concreti che identifichino la presenza di un pericolo. La funzione dell’ansia è proprio questo, farci stare al sicuro, cercando di farci evitare ciò che potrebbe nuocerci.

Un nostro antenato che invece non avesse provato questa sensazione, se ne sarebbe andato in giro per la foresta fischiettando come in una scampagnata. Non provando paura su ciò che sarebbe potuto succedere, non avrebbe neppure prestato attenzione a ciò che gli accadeva intorno, venendo probabilmente mangiato da qualche animale feroce alla prima occasione.

Certo oggi non abbiamo più a che fare con lupi o leoni, ma forse il nostro mondo è ancora più pericoloso, non per il nostro fisico, ma per la nostra incolumità mentale. Non rischiamo più la vita uscendo di casa (non è sempre detto visti i tempi che corrono…), ma dobbiamo sottostare continuamente ad imposizioni e regole personali, familiari, lavorative, sociali, legislative, che spesso ci tengono in tensione (stress) che alla lunga può trasformarsi in una sensazione di ansia persistente.

Quindi anche al giorno d’oggi questa emozione risulta essenziale, ci permette di confrontarci in modo corretto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. La sua utilità diviene chiara se di lì a poco devo davvero intraprendere “uno scontro”, ad esempio sostenendo un esame, un colloquio di lavoro,  parlando in pubblico, alla prima uscita con la fidanzatina, prima di una prestazione sessuale… 

Se ben canalizzata, l’ansia, mette in moto una serie di reazioni fisiologiche che ci attivano per renderci più pronti ad affrontare il “pericolo imminente”, rappresenta quindi un ottimo movente motivazionale.

Quando l’ansia diventa un problema

Diviene invece un problema quando questa emozione si accende fuori luogo, senza una reale ragione. Quando l’ansia ci attanaglia costantemente  lo stomaco, siamo in uno stato di tensione interna, che cattura la nostra attenzione e non ci permette di focalizzarci su ciò che invece vorremmo fare. Stanchi di dover sostenere una sensazione fastidiosa che come un ombra vela tutta la nostra vita, che innesca pensieri che ci spaventano e non vorremmo, ci costringe ad escogitare modi per allentare la presa, cercare soluzioni per scacciarla, per non rimanere ore ed ore chiusi a rimuginare sulle stesse cose o ripetere le stesse azioni. E’ una sensazione talmente forte e spiacevole, che come una tortura interna, riesce a fare leva sulla nostra volontà, spingendoci a mettere in atto soluzioni per scacciarla, spesso anche assurde o molto invalidanti, sia dal punto di vista sia sociale che personale.

Solitamente chi soffre d’ansia crede fermamente che l’evitare l’oggetto dei propri timori lo preservi dallo star male (sia azioni, che situazioni, che pensieri), e proprio a questo sono tese tutte le tentate soluzioni disfunzionali messe in atto, volte a sedarla. In realtà le cose stanno esattamente al contrario. come per le fobie, evitare di combattere le proprie battaglie non fa altro che rendere sempre più grandi le nostre paure. Più le evito più le rendo pericolose. (Pessoa, porto a dosso le ferite…)

In molti casi, se lo stato ansioso è protratto nel tempo, si riscontra un evitamento marcato agli eventi di vita (uscite, cene con gli amici, attività sportive, viaggi in auto, incontri con i colleghi, ecc) e a volte, con l’insorgere dello stress, all’instaurarsi di somatizzazioni di vario tipo  come l’alopecia, la psoriasi, l’acufene, o che spesso hanno a che fare con problemi allo stomaco o l’apparato digerente.

In ogni caso tutti gli ansiosi tendono a temere l’avverarsi di qualcosa di nefasto e su questo costruiscono il proprio sistema percettivo reattivo (psicotrappola del lo sento quindi è (Nardone psicotrappole). 

Le T.S più comuni consistono o nel rimanere a rimuginare, anche per giornate intere sullo stesso “filmino cupo”, oppure cercare di scacciare i pensieri ansiosi rendendoli ossessivo-fobici.

A seconda del sistema percettivo reattivo e delle modalità d’innesco e mantenimento attraverso le T.S, l’ansia può divenire il motore trainante di varie problematiche che se protratte nel tempo possono condurre a vere e proprie psicopatologie:

Ansia da prestazione o anticipatoria, o paura del giudizio altrui

Ansia e disturbo da panico

Ansia e disturbo ossessivo compulsivo

Ansia e dubbio patologico

Ansia e patofobia-ipocondria

Ansia e ossessivo paranoici: per paura del fallimento, del giudizio, di non essere all’altezza, di una figuraccia.

 

Ansia da prestazione o anticipatoria

E’ tra le modalità in cui l’ansia si manifesta più di frequente, proprio perché l’emozione svolge bene la sua funzione di allarme sull’eventualità che qualcosa di nefasto possa accadere.

Il problema emerge quando superata una certa soglia, diviene impossibile concentrarsi su altro, l’attenzione si centra solo sulla tenaglia che stringe lo stomaco, sul cercare di non star male, sulla sudorazione,  instaurando un sistema circolare che si autoalimenta. 

Lo sperimentano gli studenti prima di un esame, gli oratori prima di una conferenza in pubblico, un uomo “impotente” prima di un atto sessuale, o chiunque sia “ansioso” e deve affrontare qualcosa che lo spaventa. Per alcuni basta una cena, una passeggiata in paese, dover incontrare qualcuno, doversi spostare in auto, andare alle poste, a fare la spesa, ecc… 

 

Ansia da prestazione sessuale. Si cerca di avere un erezione andando a forzare con la ragione un meccanismo che invece dovrebbe funzionare naturalmente.

Ansia anticipatoria. Sono in tensione per l’esame, sento la tipica stretta allo stomaco. Per placarla mi dico che tutto andrà bene, che non ci saranno problemi, che il professore sarà buono. Però più mi sforzo di star bene più il disagio aumenta.

Attacco di panico. Sento l’ansia che sale, cerco di scacciarla, di non pensarci, più la scaccio più l’ansia sale fino a scatenare un attico di panico

Potrei portare decine di esempi ma in tutti il sistema di mantenimento del problema è sempre lo stesso. Cercare attraverso la ragione, di controllare ciò che essa non può controllare, cioè la paura di un qualcosa che potrebbe succedere, che si esprime appunto con la sensazione di  ansia.

Le tentate soluzioni disfunzionali che mantengono il problema invece che risolverlo sono: 

Logica della credenza -Tentativi di evitamento della situazione ritenuta pericolosa: evitare la situazione temuta abbassa effettivamente i livelli di ansia del soggetto, che per tanto potrebbe leggere il non confrontarsi come una possibile soluzione per stare meglio.

Logica del paradosso -Scacciare l’ansia cercando di non pensarci. Cercare di non pensare è già pensare quindi la soluzione non funziona, anzi di solito peggiora, ma dato che l’ansia è fastidiosa, cercare di mandarla via potrebbe sembrare a rigor di logica una strategia vincente…

Logica del paradossoCercare di scacciare l’ansia pensando positivo ,ottenendo però l’effetto paradossale di farla incrementare

Logica della contraddizione -Richiesta d’aiuto e parlare molto del problema con gli altri.

 

Logiche e stratagemmi

Le logiche descrivono il funzionamento circolare del problema. Gli stratagemmi che su esse si basano, forniscono la base di partenza per la formulazione di strategie da applicare pragmaticamente alla risoluzione del problema.

Credenza: distrarre l’attenzione. Distrarre l’attenzione dal controllo cosciente per ripristinare “l’andamento naturale” funzionale.

Paradosso: aumentare per diminuire. Aumentare la sensazione ansiosa per ridurla.

 

Credenza: Creare ciò che ancora non esiste. Creare una paura più grande che annulli la più piccola. Lo si utilizza ad esempio, sia per creare avversione nella richiesta di aiuto che nel parlare del problema.

Ansia e dubbio patologico

Anche il dubbio patologico si costruisce sulle T.S messe in atto per scacciare l’ansia. In questo caso l’emozione di disagio è indotta dal non riuscire a trovare una risposta certa ai propri quesiti. La mente è continuamente attanagliata da domande “irrisolvibili” che però pretendono una risposta (Nardone Cogito). Ma dato che risposta certa non c’è, le possibilità sono 2, o cercare di non pensarci, ma avendo come punizione un costante pensiero ossessivo ansioso, o assecondare il quesito iniziale entrando in una spirale di domande e risposte che catturano la mente del povero malcapitato costringendolo a rimuginare per ore sempre sulle stesse questioni e non trovando mai una risposta. Non dimentichiamoci infatti che sono le domande che ci poniamo a creare le realtà con le quali andremo poi ad interagire. Se sono mal formulate, o toccano argomenti che sfuggono alla ragione, possono condurre a spendere risorse per inseguire una chimera.

Per comprendere meglio il gap paradossale, vi propongo un insolubilia medioevale, letteralmente un problema insolubile.

Secondo voi è possibile chiedere a Dio onnipotente, di creare una pietra così grande che nemmeno lui riesca a sollevarla?

Ragionandoci sopra si entra letteralmente in una stanza degli specchi… 

Non è possibile trovare una risposta perché è la domanda stessa ad essere mal posta. E lo stesso succede a coloro che si perdono nel dubbio patologico, si pongono domande insolubili e pretendono di trovare una risposta certa, quando questa, proprio per l’incoerenza del presupposto iniziale non può essere trovata. 

Tra i dubbi più tipici c’è quello sull’identità di genere, cioè di essere o meno omosessuale. Il ragazzo per cercare la certezza di non essere omosessuale, inizia ad ascoltare le proprie sensazioni in cerca di certezze, ma in maniera circolare le falsa, ricevendo feedback che lo confondono ancora di più. Più insiste, più turba le sue percezioni naturali intervenendo con il raziocinio, più si confonderà. 

O ancora un esempio tipico di domanda scorretta che pretende una risposta può essere questa: Sono più innamorato io è più innamorata lei?

Il problema è che in entrambi i casi si cerca di dare una misura a delle sensazioni, che però non possono essere misurate. Non abbiamo l’innamorometro o il misuratore di identità di genere, si parla infatti di sensazioni… O meglio posso anche chiedere al soggetto di traslare una sensazione analogica in una scala digitale, magari quantificando in una scala da 1 a 10, ma il voto risultante sarà comunque sempre soggettivo, rispetto al livello logico sul quale si costruisce la scala di valutazione interna del soggetto.

Come diceva sant’Agostino, “se lo sai senti di esserlo”, ma esce le chiediamo cercando certezze razionali rassicuranti, ci perdiamo nel dubbio.

Il dubbio può sempre muoversi in tre dimensioni temporali:

Al passato: La domanda tipica, che poi viene personalizzata da ogni individuo è questa: “cosa potrebbe essere successo di diverso se mi fossi comportato diversamente in quella situazione”?

Va da se che non avendolo fatto, non portò mai sapere cosa sarebbe successo, quindi mai avrò una risposta sensata alla domanda, ma dato che la persona vorrebbe fortemente saperlo inizia a rimuginare e perdersi nel dubbio, rendendo la domanda stessa ossessiva, e che quindi inizierà a tormentarlo anche quando non vorrebbe, costringendola a rimuginare anche per giornate intere senza mai trovare una via di uscita.

Al futuro: “cosa succederà se faccio questa cosa”? chi si pone questo quesito rimane inchiodato cercando di analizzare, rispetto ad una problematica che lo interessa molto, i possibili esiti, positivi o negativi, della messa in pratica di un certo comportamento. Il problema è che preso dal dubbio e dalla paura di sbagliare, non potendo sapere con certezza l’esito, la persona rimane inchiodata al non mettere in pratica nulla, passando le giornate ad arrovellarsi sull’analisi dei prò e dei contro, in un rimugino continuo (il labirinto senza uscita). Non rendenosi conto che se non inizia a mettere in atto qualcosa lmai saprà dove lo porterà l’utilizzo di una strategia o di un’altra.

Al presente: Il dubbio sul presente, si muove sempre sul cercare di comprendere razionalmente ciò che il raziocinio non può comprendere, ma solo sentire, le emozioni o le sensazioni appunto. Ad esempio non possiamo capire se siamo eterosessuali o omosessuali, ma solo sentirlo, dopotutto l’identità di genere non si costruisce su un ragionamento, ma su una sensazione. Quindi dato che non ci sono aggrappi razionali, ma l’individuo vorrebbe una risposta certa, ecco si chiude in un circolo vizioso di messe alla prova, che non fanno altro che mandare in confusione le emozioni. La ragione in cerca di certezze oggettive su qualcosa che invece è solo soggettivo. 

Tentate soluzioni messe in atto:

Credenza: rimuginare costantemente su domande insolubili come se la soluzione ci fosse

Contraddizione: chiedere aiuto e parlare con gli altri

Credenza: cercare conferme razionali a sensazioni soggettive

Logiche e stratagemmi

Credenza: far salire il nemico in soffitta e togliere la scala. La credenza di fondo che alimenta il problema è che esistano domande ai quesiti che ossessivamente il soggetto si pone. 

Sarà quindi necessario rompere la credenza, attraverso l’uso del dialogo strategico (G. Nardone), che le proprie domande abbiano in realtà delle risposte.

Paradosso: Solcare il mare all’insaputa del cielo. Dato che spesso, l’intercedere delle domande diviene ossessivo, e non è possibile farle cessare, sarà necessario smettere di rispondere in modo attivo, ma sostituendo con una sorta di mantra. Non esistono risposte intelligenti a domande stupide. Questo consente di traslare l’attenzione facendo in breve decadere l’ossessione iniziale.

Creare dal nulla, mettere una paura più grande. Si ingiunge che rispondere alle domande fa crescere ansia e malessere, ogni volta che non si risponde si riprende il controllo… 

Ansia e disturbo ossessivo compulsivo

Il DOC fa leva proprio sull’ansia, sia per le ritualità di tipo anticipatorio – propiziatorio che riparatorio (Nardone, Compulsioni, paure manie).

Ai primi viene ansia se non mettono in atto i pensieri o le azioni che li preservano da ciò che temono potrebbe accadere. L’ansia si scioglie quando operano i rituali ma per tornare alla carica quando si dovranno confrontare con situazioni analoghe. Quindi gradualmente i rituali che fanno scendere l’ansia divengono loro stessi il problema.

Ai secondi l’ansia sale dopo un evento ritenuto pericoloso e viene sciolta solo dopo aver messo in atto i rituali riparatori, che dovrebbero aggiustare ciò che prima era guasto. Anche in questo caso ciò che preserva al momento dall’ansia diviene la vera gabbia, costringendo l’individuo a mettere in atto i propri rituali.

Logiche e stratagemmi

A seconda delle ritualità messe in atto:

Credenza: portare il nemico in soffitta e togliere la scala. Piccole violazioni all’ordine perfetto 

Paradosso: aggiungere legna per spegnere il fuoco. Utilizzo del controrituale per portare a saturazione la compulsione

Credenza: solcare il mare all’insaputa del cielo. Posporre () da aggiungere altro

Ansia e ossessivo paranoici

Ci sono 4 tipi diversi di ossessivo paranoici, ma fondamentalmente chi soffre di questo problema tende a lanciare profezie, solitamente nefaste, poi, proprio perché le teme, mette in atto una serie di azioni che lo porteranno inesorabilmente al compimento della profezia iniziale (profezia che si autorealizza). Per fare un esempio, un marito geloso per sedare l’ansia provocata dal non sapere cosa fa la propria moglie quando lui non c’è, la tiene costantemente sotto controllo. La consorte sentendosi oppressa dai controlli cerca di allargare i propri spazi invece che legarsi di più. Risultato, alla prima occasione la signora scapperà realizzando davvero i timori iniziali del marito che è divenuto profeta e artefice del proprio infausto destino. Anche in questo caso l’ansia ha spinto l’uomo ad agire una direzione che probabilmente non avrebbe voluto, ma visto che operare certi controlli, abbassava al momento i suoi livelli di ansia, ha continuato a metterli in pratica ancora e ancora, finche non l’hanno portato al disastro che tanto temeva.

Tipicamente, anche se le sintomatologie e le modalità percettivo-reattive sono molto soggettive, possiamo distinguere 4 diversi profili di ossessivo paranoici: 

Rivolto al passato. 

Qualcosa di inaccettabile successo in passato, mi impedisce di andare avanti nel presente, questa l’inevitabile sentenza. 

Il ricordo dell’evento riemerge in modo ossessivo anche più volte al giorno, causando ansia rabbia e frustrazione, e confermando alla persona la propria impossibilità di superare eventi critici analoghi o percepiti come potenzialmente rischiosi, perché potrebbero portare al solito esito avuto in passato e provocando forte ansia al solo pensiero di riproporre l’evento in futuro. 

Mantenimento circolare del problema

In questo caso una delle tentate soluzioni disfunzionali più utilizzate è evitare la situazione tanto temuta. Ma così naturalmente finisco per perdere in partenza, dopotutto se voglio vincere devo giocare. Dandomi per sconfitto da subito realizzo la profezia per la quale, come in passato, non sono in grado di superare l’ostacolo. Come scrisse Pessoa, “porto a dosso le ferite delle battaglie che non ho combattuto che valgono il doppio di quelle inflitte in battaglia”.

Rivolto al presente 

Paura del rifiuto 

Temo che gli altri mi rifiutino, allora assumo la posizione di rifiutato, facendo sì che gli altri mi rifiutino davvero. 

Anche in questo caso per comprendere meglio, vi racconterò di un caso capitatomi qualche tempo fa. Si presentò da me un ragazzo dall’aspetto e dai modi oltremodo dolci e delicati, direi quasi femminili. C’è chi li definirebbe “effeminati”. Inizia a raccontarmi la sua storia e io ero pronto a sentirmi dire da un momento all’altro “sono gay”, invece tutto il contrario. Mi dice che lui è etero e che la parola omosessuale non la vuole nemmeno sentire nominare, anzi lo disturba ed è causa della maggior parte dei suoi malesseri. 

Non sono capace. 

Non sono capace di fare, perché gli altri ce l’hanno con me, mi giudicano e me lo impediscono.

Dato che la riuscita in ciò che affronto non dipende da me, evito di fare, oppure faccio ma non arrivo fino in fondo, tanto fallirei comunque. 

Anche in questo caso è la paura di fallire, che trasformata in ansia, impedisce attraverso la messa in atto di evitamenti volti a sedare la sensazione fastidiosa, di mettersi alla prova. Questa volta per paura di essere giudicati

Rivolto al futuro 

Ho paura che nel futuro accadrà qualcosa di male che mi farà soffrire impedendomi di raggiungere i miei obiettivi. 

Gli ossessivo paranoici rivolti al futuro, formulano ipotesi pessimistiche, e temono di non poter fare nulla per evitare che si verifichino. Anzi spesso e volentieri temono talmente tanto la realizzazione di un evento futuro da mettere in atto una serie di azioni che finiscono per far concretizzare la tanto temuta profezia iniziale. In questo caso si parla di profezia che si autorealizza. 

Quindi si lancia la profezia per paura che in futuro possa accadere qualcosa di disastroso, che temo in modo particolare. Il cercare di controllare ossessivamente la situazione, proprio perché non è possibile avere un controllo su tutto, arriva pian piano a concretizzare gli esiti tanto temuti. 

E’ per tanto necessario domandarsi al mattino, cosa potrebbe succedere oggi che potrebbe rovinarmi la giornata? Poi appuntare tutto ciò che mi viene in mente e la sera, a metà giornata, verificare e spuntare quante cose di quelle profetizzate si sono in realtà verificate.

Tentate soluzioni

Paradosso – Cercare di non pensare e scacciare l’ansia

Paradosso – Cercare di controllare la situazione. ricerca di prove che però avvalorano solo la tesi nefasta.

Paradosso – Parlare del problema per chiedere rassicurazioni

credenza – Che la profezia lanciata possa avverarsi

Logiche e stratagemmi

portare il nemico in soffitta e togliere la scala

 

Paura posticipatoria, la fobia

La fobia è una forma estrema di paura, costruita su esperienze sia realmente vissute che immaginate, che hanno avuto un forte impatto sulla persona. Ne esistono innumerevoli forme, ciascuna delle quali prende il nome dall’oggetto della paura. 

Tra le più comuni troviamo:

Agorafobia: paura degli spazi aperti o dei luoghi affollati

Acrofobia: paura dell’altezza e dei luoghi alti.

Acluofobia: paura del buio

Acrofobia: paura dell’altezza e dei luoghi alti

Afefobia: paura del contatto, di esser toccati

Zoofobia: paura degli animali

Atychifobia: paura di fallire

Autofobia: paura di essere soli o di se stessi

Aviofobia: paura di volare (paura degli aerei)

Claustrofobia: paura degli spazi chiusi.

Emofobia: paura del sangue

Ipnofobia: paura di dormire

Patofobia: paura delle malattie

Naturalmente queste sono solo alcune delle centinaia di tipologie di fobie che un individuo può sviluppare. La fobia infatti parte dalla paura che è la sensazione di base, e si costruisce su di essa in relazione alle modalità di azione e di pensiero che vado ad attuare rispetto a ciò che mi accade, quindi è sempre soggettiva.

Sono quindi io a costruire le mie fobie, in particolare non affrontando ciò che mi spaventa, ma scappando. 

Come abbiamo visto più volte sono le tentate soluzioni di fuga stesse stesse a trasformare gradualmente la paura in fobia. In particolare l’evitamento e la delega, che vengono messi in atto proprio nel tentativo di non avere a che fare con l’oggetto temuto, ma che gradualmente rendono l’individuo sempre più inabile.

Tentate soluzioni disfunzionali tipiche:

Evitamento: E’ proprio l’evitare l’oggetto delle paure che non permette di confrontarsi con esse e che quindi porta a costruire le percezioni solo sulla base di ciò che sento e non su ciò che materialmente sperimento. Quindi continuando ad evitare costruirò dei mostri sempre più spaventosi che non hanno una reale connessione con la realtà, ma solo con ciò che la mia mente ha costruito sulle basi della paura.

Richiesta d’aiuto: i fobici divengono abilissimi nel delegare tutto ciò che li potrebbe portare a trovarsi faccia a faccia con ciò che temono. Un agorafobico ad esempio, proprio per evitare a priori ogni disagio delegherà spesso e volentieri la spesa, il bollettino da pagare, il figlio da prendere a scuola ecc. Questo gli permette momentaneamente di risolvere il suo problema, visto che non sarà costretto a confrontarsi con la propria fobia di stare fuori, ma a lungo andare, diviene la gabbia che in maniera circolare alimenta il problema. Se non ci esercitiamo infatti diverremo sempre meno abili e in più, non affrontando ci diciamo da soli di non essere in grado di riuscire, infierendo anche sulla nostra autostima e resilienza.

Logiche e stratagemmi

Credenza: solcare il mare all’insaputa del cielo, si inizia infatti ad affrontare con lo scopo di conoscere meglio il nemico, si sposta l’attenzione. Sun Tzu, conosci il tuo nemico conosci te stesso

Altre TS: richiesta d’aiuto e parlare del problema

Nei casi in cui sia molto strutturata e conduca forti livelli di ansia o al panico, a seconda dei casi:

evita di evitare, congiura del silenzio, diario di bordo (distrarre l’attenzione), WF (spegni il fuoco aggiungendo legna)

Vergogna

Suppongo che anche questa emozione non abbia bisogno di presentazioni. Chi non ha mai provato vergogna? A parlare in pubblico, ad alzare la mano, a far valere le proprie ragioni, ad aver fatto un pensiero o un gesto che cozza con le nostre regole interiori o sociali… La vergogna sottintende una sensazione di disagio rispetto al fallimento nel non aver rispettato delle regole di condotta alle quali il soggetto aveva precedentemente aderito. Infatti non è sempre necessario che ci siano altri, possiamo provare vergogna per noi stessi rispetto al nostro agito o a volte pensato. Probabilmente la rabbia contro serve come guida al fine di non riproporre in futuro un errore analogo. Naturalmente tutto varia a seconda dei contesti. Nell’800 era ad esempio considerato vergognoso per una donna mostrare la caviglia in pubblico. Quindi anche la vergogna viene costruita dall’individuo sulla propria morale, sui propri valori e sulle sue esperienze.

Cerco di nascondere qualcosa ma quando diviene plateale mi vergogno di ciò che ho fatto o sto facendo con gli altri o con me stesso.

E’ quello che ad esempio sperimentano gli eritrofobici, cioè coloro che hanno paura di arrossire e sudare in pubblico. La reazione fisico-emozionale ha carattere involontario, si presenta con sudorazione ai palmi delle mani, sudore freddo in tutto il corpo e dilatazione repentina dei capillari che conferiscono appunto il classico colore rosso sul volto. Solitamente per ovviare a questo problema la tentata soluzione più adottata consiste nel cercare di controllare volontariamente le proprie reazioni, ascoltare il proprio corpo per evitare ciò che è fisiologicamente incontrollabile. Questo controllo in realtà fa perdere il controllo, sarò così teso nel tentativo di calmarmi al punto che inizierò a percepire il contesto oggetto delle mie paure come veramente rischioso, ed ecco che al momento tanto temuto avrò dato modo alle mie profezie di autoavverarsi arrossendo. In questo caso l’autoinganno è, tengo tutto sotto controllo, quando in realtà è proprio il tentativo di controllo la causa dei miei disagi. 

Tentate soluzioni disfunzionali tipiche:

Cercare di controllare l’incontrollabile

Ascoltare se stessi

Cercare di non pensare

Cercare di nascondere ciò che non può essere nascosto

Nel caso dell’eritrofobia, dato che le reazioni fisiologiche involontarie sono effettivamente incontrollabili e anzi, sono utili e necessarie, la soluzione più efficace consiste nella dichiarazione del proprio perturbante psicologico, in pratica prima di parlare in pubblico ci si scusa in anticipo di essere emozionati a parlare davanti ad una così bella platea, gli altri capiranno e saremo legittimati ad arrossire; in più l’aver dichiarato le nostre emozioni ci consente di vivere con naturalezza ciò che prima andava tenuto ben nascosto e libera la nostra mente dal “controllo impossibile”, lasciando spazio all’esposizione delle nostre argomentazioni.

In ogni caso, ogni volta che ci stiamo vergognando di qualcosa, la soluzione migliore è ammettere le motivazioni per le quali ci stiamo vergognando, mentendo dicendo la verità. ad esempio se siamo emozionati per l’esame ammettere, mi vorrà scusare professore, ma ho apprezzato e studiato tanto per la sua materia che adesso sono in ansia per il risultato. Questo andrà fatto dopo aver trasformato la sensazione di disagio da analogica a digitale. In pratica la persona deve definire numericamente in una scala da 1 a 10, a quanto corrisponde il disagio che prova prima di perdere il controllo. Di solito la persona risponde con un numero compreso tra 6 e 8. Allora chiederemo di misurare il livello di disagio mentre questo sta salendo. Se il disagio supera il voto deciso in precedenza deve procedere con l’ammissione del perturbante, altrimenti se inferiore, può continuare tanto il disagio è contenuto. In realtà il semplice dare un voto al disagio è il primo espediente che andiamo a mettere in atto. La persona infatti sposterà l’attenzione da una lettura “a sensazione” del suo disagio, a una lettura “quantificata”, quindi che non segue più i canali emozionali, ma quelli razionali. Già questo spostamento dell’attenzione (solcare il mare all’insaputa del cielo) di solito produce un contenimento della sensazione di disagio. Inoltre la possibilità di poter utilizzare come arma segreta l’ammissione del perturbante segreto, fa si che la persona inizi a sperimentare selle esperienze emozionali correttive. 

 Gli altri nella maggior parte dei casi comprenderanno molto bene ciò che stiamo provando e si mostreranno aperti, comprensivi e solidali. (creare dal nulla, mettere una paura più grande e solcare il mare)

Imbarazzo

E’ molto simile alla vergogna, ma lo si può sperimentare solo in presenza di altri, in particolare quando platealmente infrangiamo delle regole sociali condivise. Una caduta per le scale, una parola inopportuna detta al capo, una prestazione non alla nostra altezza, trovare la ex a cena nello stesso ristorante in cui siamo andati con la nostra nuova fiamma…

Insomma possono essere molte le occasioni imbarazzanti, e purtroppo non esistono soluzioni per non caderne vittima. L’imbarazzo infatti è sempre legato ad eventi casuali non programmali, per tanto chiunque in qualsiasi momento può sperimentarlo.

logica dell’imbarazzo

Non potendo evitarlo, l’unica cosa che possiamo fare è divenire bravi ad uscirne. Il rischio infatti è di rimanere pietrificati, magari arrossire, dopo di che andarsene con la coda tra le gambe a testa bassa. Sdrammatizzare, magari con autoironia l’accaduto, trasporta l’attenzione del soggetto e degli altri in un altro contesto, consentendo di uscire immediatamente dall’empasse. Le capacità infatti di sdrammatizzare e autoironizzare, denota una grande intelligenza, aspetto che inconsciamente viene subito carpito dagli altri, producendo simpatia, accettazione, vicinanza, comprensione. (solcare il mare)

Paura e panico forma presente

Gli attacchi di panico sono definiti nel DSM IV come “un breve periodo preciso in cui un individuo viene improvvisamente travolto da uno stato di terrore”. La sintomatologia é soprattutto organica e assomiglia alle sensazioni che si provano nella prima fase di un infarto con sintomi tipo: tachicardia, respiro affannato, sudorazione,
senso di costrizione toracica, annebbiamento della vista, paura di svenire o di perdere il controllo, senso di morte imminente. Solitamente gli attacchi insorgono con un primo episodio di forte somatizzazione ansiosa che porta a sperimentare i sintomi sopra descritti. La reazione fisica è così forte e sconvolgente che l’individuo finisce per fare di un eccezione la regola e inizia a monitorare continuamente le proprie condizioni fisiche per paura che l’attacco si ripresenti.

TS messe in atto dai panicanti ossessivo-fobici o fobico-ossessivi

paradosso – Evitare di pensare

credenza – Evitare ciò che è associato alla propria paura (andare in auto, stare tra la gente, andare in ascensore, in un luogo alto, fare una galleria…)

paradosso – scacciare l’ansia e la paura

chiedere aiuto

contraddizione – parlare del problema oss-fob

Il panico è una risposta naturale ad una paura che si concretizza sul presente.

Un conto è però se camminando per il bosco mi si para davanti un orso inferocito. In quel caso la mia attenzione sarà deviata dalla paura ad affrontare o scappare, non mi preoccuperò certo del fatto che mi sono impaurito. In una circostanza di questo genere è del tutto naturale impaurirsi. Cosa ben diversa se invece, stando seduto sul divano, magari davanti al mio film preferito, ho la stessa improvvisa reazione di paura. Immediatamente ragione ed emozione vanno in tilt. E la mente razionale va alla ricerca di cause che non trova, portando la persona ad aver paura della paura stessa.

In questi casi la soluzione più idonea, segue la logica di spegnere il fuoco aggiungendo legna…

Coraggio

Parlando di paura non si può non citare il coraggio. Il coraggio infatti rappresenta l’unica vera arma che abbiamo a disposizione per vincere la paura. Come dicevamo infatti la paura ci dev’essere, è necessaria. Ma facciamo un esempio estremo, un soldato romano che deve andare in battaglia a prendersi a spadate con il suo nemico. Immaginate che dose di coraggio che ci vuole per andare uccidere delle persone trafiggendole con una lama, con il rischio costante di essere feriti a nostra volta. In quegli istanti il soldato trema letteralmente di paura, ed è proprio lei il suo alleato migliore. E’ la paura che gli consente di stare estremamente  attento a ciò che gli accade intorno, di schivare i colpi e portare fendenti. L’attivazione fisiologica della paura accresce i nostri sensi, le nostre percezioni, i riflessi, sembra quasi che il tempo rallenti. Quindi se riusciamo a cavalcarla con coraggio, invece che scappare, ci permette di migliorare la nostra prestazione.

Certe sensazioni sono spesso ricercate dagli amanti degli sport estremi. I basejumper ad esempio rischiano la vita in lanci spericolati da pareti scoscese o grattaceli alti centinaia di metri per un semplice motivo, perché sono “drogati di adrenalina”. Ricercano quell’insieme di sensazioni forti, che però per fortuna solitamente conducono ad un epilogo non fatale.

Impavidità

L’impavidità rientra nella classe della paura perché rappresenta il suo estremo opposto.

L’impavido è colui che non ha paura, che con incoscienza si butta in battaglia senza temere nulla, incarna l’eroe invincibile come Achille o Lancillotto, per arrivare ai più moderni come Wolverine o Capitan America. Quindi l’impavidità è da sempre stata percepita come una virtù propria di pochi eroi eletti. Non a caso se ben notate ho citato solo personaggi inventati. Questo per una ragione, non esistono persone senza paura. Se anche ne nascessero, probabilmente morirebbero molto presto non arrivando all’età adulta, magari caduti in un precipizio, o investiti da un auto.

Tornando all’esempio fatto per il soldato romano, se avessimo un impavido, si scaglierebbe in battaglia senza timori, probabilmente sferrando colpi a destra e a manca, ma non avendo paura di essere colpito, probabilmente terrà bassa la guardia, rimanendo ferito al primo fendente. 

Quindi l’impavidità più che un emozione è un aspirazione, che per fortuna nessuno potrà mai raggiungere per la natura stessa dall’uomo. 

Meglio coltivare il coraggio che aspirare all’impavidità…

Quando diviene un problema

Quando diviene un’aspirazione. E’ ciò che tenterebbero di ottenere i fobici o gli ansiosi, cioè, cercare di non avere più paura, dato che anche solo una punta di ansia, per loro rappresenta il preludio di qualcosa di nefasto. Purtroppo (o per fortuna) la paura è una sensazione che non si può eliminare 

PIACERE

Di tutte le sensazioni di base, il piacere è l’unico che fa da base ad emozioni positive.

Ma cosa è il piacere? E’ la sensazione che percepiamo ogni volta che viene soddisfatto un nostro bisogno.

Lo sperimentiamo fin da neonati. La frustrazione per la fame, si trasforma in piacere una volta che arriva la mamma con il latte…

Quindi una sensazione interna o uno stimolo esterno accende il desiderio, che si traduce in piacere una volta soddisfatto il bisogno iniziale.

Quando il piacere diventa un problema

Anche il piacere però può produrre problemi, in particolare quando non riusciamo a rinunciare ad un piacere che ci danneggia, oppure quando ambiamo ad un piacere che non possiamo soddisfare. Sanno bene di cosa parlo i giocatori di azzardo, le bulimiche, i tossicodipendenti, chi fa shopping compulsivo, i tricotillomani…

Tra le emozioni principali costruite sul piacere troviamo:

Anticipatoria: desiderio e aspettativa

al presente: tranquillità,Gioia ,Amore,Piacere,Disgusto e disprezzo,gelosia e invidia

al passato, che si alimenta da ciò che in passato è successo, Delusione, Crollo delle illusioni, crollo delle aspettative

Gli stratagemmi che è possibile usare quando il piacere “crea problemi” sono:

  • Stratagemma “far salire il nemico in soffitta e poi togliere la scala”: ci concediamo il piacere fino in fondo ma in modo controllato (es: a orari fissi) e preventivamente pianificato per arrivare a scoprire che possiamo perfino rinunciarvi. L’idea è “se te lo concedi potrai rinunciarvi, se non te lo concedi sarà irrinunciabile”.

Oppure trasformiamo il piacere in tortura, prescrivendolo. 

  • Stratagemma “mentire dicendo la verità”: Il piacere procrastinato è ancora più grande.

Oppure si può mettere paura di perderlo. Se il piacere che hai adesso ti sembra poco, pensa se tu perdessi anche questo…

Desiderio e aspettativa

Il desiderio ha molti sinonimi, bramare, agognare, aspirare, anelare… Tutti sottintendono una sensazione di fondo che ci spinge ad operare per ottenere ciò che vorremmo.

Il desiderio si sperimenta tra l’ideazione e l’effettiva realizzazione. E’ l’incarnazione mentale dell’oggetto che immaginiamo ci possa appagare, che ci spinge, il premio per cui vale la pena mettere in atto azioni volte alla sua conquista. Il posto di lavoro agognato, la donna oggetto del nostro amore, lo smartphone con la mela… 

Già il semplice pensare a ciò a cui aspiriamo produce piacere. Sviluppiamo quindi delle aspettative rispetto all’oggetto dei desideri.

A seconda della persona si possono produrre 3 possibili esiti rispetto alle aspettative:

  • aspettative disattese con crollo delle illusioni: Le speranze sull’oggetto del desiderio erano ben più alte del piacere indotto dall’oggetto stesso. Questo produce sconforto,  tristezza, delusione sensazioni che se protratte possono condurre alla depressione.
  • aspettative disattese ma con persona resiliente: Di rado ciò che vorremmo corrisponde realmente alla realtà dei fatti. Posso quindi essere speranzoso, ma devo aspettarmi sempre che le cose non vadano come avevo programmato, così dal non rimanere amareggiato da una possibile delusione. 
  • aspettative attese: per fortuna a volte le cose vanno davvero come vorremmo,  provocando gioia e piacere, che purtroppo sono effimere, si lasciano accarezzare, ma poi fuggono via veloci. Siamo soddisfatti quando l’oggetto reale combacia con il desiderio, il sogno.

L’aspettativa disillusa è spesso alla base di molti disagi che mi vengono portati, perché rappresenta il crollo delle illusioni, rispetto ad un piacere che la persona ritiene giusto di dover ricevere. 

Di solito funziona così, la persona si lamenta che molti lo hanno deluso e per l’ennesima volta, si aspettava qualcosa da qualcuno che puntualmente non si è comportato come avrebbe sperato. Al momento in cui il piacere viene a mancare si passa dall’aspettativa del piacere ad un senso di perdita tipico del dolore. Questo anche se il piacere era solo sperato e non ancora ottenuto. Quante volte sarà successo di attendere bramosi la spasimante che poi non si è presentata, che delusione…

Continuando ad indagare viene fuori che di solito la persona tende molto ad essere altruista e dire si alle persone, perché gli piace fare piaceri agli altri

Gestire le aspettative

E’ giusto e consigliato avere sogni e desideri da inseguire, ma dobbiamo sempre tener presente che c’è il rischio di inseguire una chimera.

E’ quindi necessario avere ben chiaro in quale direzione stiamo dirigendo le nostre azioni e i nostri sforzi per non rischiare di cadere vittima di un crollo delle illusioni. Non basarsi quindi solo su sogni ma su dati oggettivi. Ad esempio un innamorato, non dovrebbe gongolare solo sul proprio desiderio o bramosia, ma osservare prima di abbandonarsi, se ci sono segnali da parte dell’amata che lo facciano ben sperare, altrimenti la delusione è dietro l’angolo…

Gioia

E’ l’espressione immediata del piacere. Un emozione breve, che dura una manciata di secondi, ma intensa e gradevole, a volte dirompente. Può essere sia improvvisa, come una promozione inaspettata, il ritorno di una persona amata, un regalo, che coltivata tramite il desiderio, come coronamento di una serie di sforzi.

Gestire la gioia

Per fortuna in questo caso non c’è nulla da gestire. Nei rari casi in cui ci è concessa è il caso di godersela a pieno…

Le uniche persone a cui la ricerca della gioia crea un problema, sono i giocatori di azzardo, che alla ricerca della sensazione, canalizzano tutta la loro vita in quella direzione.

Potrebbe tra l’altro sembrare assurdo, ma un giocatore d’azzardo incallito non ricerca in senso stretto la sensazione di gioia associata alla vincita, ma al perdere, con conseguente delusione, per poi invece vincere e risollevarsi. E’ questo gioco perverso ad incollare migliaia di persone per giornate intere davanti al videopoker.

Tranquillità

E’ forse l’emozione a cui più di tutte dovremmo aspirare. Tranquillità vuol dire, tutto va come vorrei, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Siamo appagati sia da noi stessi, che dalla rete sociale, che da ciò che materialmente possediamo.

Capite adesso perché ho premesso che dovrebbe rappresentare la nostra aspirazione, perché richiede una concomitanza di fattori difficili da allineare, e soprattutto per lunghi periodi di tempo. Dopotutto lo abbiamo ripetuto più volte, il cambiamento è inevitabile, non possiamo contrastarlo…

Gestire la tranquillità

Più che gestire direi, come aspirare alla tranquillità? Per rispondere prenderò in prestito le prole di Kahlil Gibran, che sosteneva: “Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno

Amore

A discorrere sull’amore si sono sprecate le più illustri menti, fin dall’antichità, non è quindi mia intenzione tediare i lettori. Vorrei quindi analizzare l’amore come emozione che distoglie dal operare oggettivamente, ma che conduce con prepotenza a pensare, percepire e reagire, solo in preda all’emozione in se tessa e non rispetto ad oggettività. In particolare quando invece che appagamento produce pena e sofferenza. Un malato d’amore è uno dei peggiori depressi. Immaginiamoci un leader affranto dalla sua situazione sentimentale, non sarà mai in grado di operare lucidamente, dato che come un chiodo, il pensiero doloroso gli lacera la mente.

Quindi è sbagliato vivere l’amore. Assolutamente no, quando è corrisposto è una delle sensazione che forze ci gratifica di più, ci rende più sicuri di noi stessi, carichi, bramosi di dimostrarsi all’altezza dell’amore che l’altro ripone in noi. Direi che soprattutto nelle prime fasi in cui brucia come un fuoco, ci rende persone più felici e migliori. Anche se sul piano operativo, il pensiero sarà spesso catturato dall’oggetto del nostro amore, l’emozione di benessere associata ci spinge comunque a fare bene.

Quando si parla d’amore però, non dovremmo mai dimenticare le parole di Shakespeare: “L’amore è il più sublime degli autoinganni, perché non ci si innamora dell’altro, ma dell’immagine che lui ci facciamo”. 

Ma l’amore non è solo fuoco ardente. Possiamo provare amore inteso come affetto per un parente, un amico, un collega. Anche questo negli ambiti organizzativi può rappresentare un problema, perché si corre il rischio di avvantaggiare una persona rispetto ad un’altra solo per le emozioni che provo e non per dati oggettivi.

Gestire l’amore

Vi sembrerà strano, ma l’amore produce spesso e volentieri dei disastri, sia a livello personale che relazionale. Donne e uomini che si innamorano dell’amante mandando in malora 30 anni di matrimonio, colleghi di lavoro che consumano i rapporti in ufficio, il ragazzo mollato all’improvviso che cade in depressione… Potrei portarvi centinaia di casi a riguardo.

Purtroppo non c’è una vera e propria medicina visto che i casi possono essere molto diversi.

L’unico strumento che mi sembra il caso di fornirvi, va applicato nei casi in cui si abbia una delusione d’amore dalla quale non si riesce ad uscire. Il dolore è provocato in questo caso dalla perdita di una persona amata. Certo la persona non è effettivamente morta, ma dato che chi è stato lasciato non la potrà più frequentare, per lui è morta realmente. Sarà quindi necessario elaborare il lutto…

In questi casi risulta molto efficace scrivere ogni giorno una lettera intestata alla persona amata, cercando di sfogare tutto il dolore che abbiamo dentro. Naturalmente le lettere non andranno consegnate ma chiuse e sigillate. L’esercizio va ripetuto ogni giorno fino a quando il dolore gradualmente si placherà.

Nel caso in cui si corra il rischio di avvantaggiare qualcuno a cui vogliamo bene, dovremo iniziare ad osservarlo sul piano operativo e su quello fare le nostre valutazioni, non basandosi quindi sui sentimenti che provo.

Piacere

In senso generale è piacere tutto ciò che ci appaga. Quindi rappresenta uno dei moventi alla nostra esistenza. E’ per la ricerca del piacere che svolgiamo la maggior parte delle attività quotidiane. Andiamo a lavoro per comprare il cibo che ci nutre e appaga, l’auto che ci piace, lo smartphone, la vacanza. Abbiamo una rete sociale perché stare con gli altri ci fa stare bene. Andiamo in palestra o a correre perché siamo più belli e le endorfine ci fanno sentire appagati. Cerchiamo di far carriera perché una posizione più elevata vuol dire più soldi e potere, che innalzano la nostra autostima. Insomma molte delle azioni che svolgiamo hanno come fine il cercare di raggiungere un certo tipo di piacere.

Ma anche il piacere può provocare problemi, in particolare quando diventa irrinunciabile e l’unico movente della nostra vita.

Una bulimica che dietro alla scia della sequenza che diviene piacere sessuale con desiderio, carico, atto e scarico, per la quale l’abbuffata diviene l’amante segreto(G. NArdone).

Il tossicodipendente che sente un vuoto che può essere colmato solo con il piacere dato dalla sua sostanza preferita.

L’uomo d’affari che dietro all’illusione di poter ricondurre tutta la propria vita e i propri piaceri al business, si perde molto altro, di solito accorgendosene quando ormai è troppo tardi.

Gestire il piacere

Gestire il piacere, soprattuto quando diviene irrinunciabile, non è mai una cosa semplice, perché rappresenta lo stimolo ideale che ci guida a concretizzare ciò che idealmente ci fa stare bene. Non è però detto che ciò che ci appaga conduca sempre ad ottenere risultati positivi, anzi… Il problema sta proprio nel non riuscire a rinunciare a ciò che invece ci gratifica. Quando il piacere dilaga senza freni, la sua ricerca può divenire il movente di vita, che impedisce di osservare oggettivamente tutto il resto, che cadrà in secondo piano.

In questi casi per riprendere le redini sarà necessario o concedersi il piacere in spazi predeterminati, seguendo l’idea per la quale “se te lo concedi potrai rinunciarvi, se non te lo concedi sarà irrinunciabile”.

Se il piacere è troppo grande da potervi rinunciare, sarà necessario procrastinarlo per renderlo ancora maggiore nei momenti in cui ce lo concederemo.

In ogni caso, dato che spesso e volentieri, il piacere, proprio per il suo grande potere emozionale, conduce ad un irrigidimento psicopatologico, consiglio il ricorso ad una psicoterapia con la finalità di imparare a gestirlo.

Disgusto e disprezzo

Molti autori identificano queste emozioni come di base. In effetti è innato il disgusto che proviamo per certi odori, sapori, sensazioni tattili. Questa potenzialità ci ha aiutato ad esempio a riconoscere quasi istintivamente un cibo buono da uno velenoso o avariato, consentendo alla nostra specie di sopravvivere.

E’ però vero che il disgusto si può costruire sull’esperienza. Per fare un esempio nella cultura occidentale pensare di mangiare un insetto può provocare disgusto, mentre per un messicano o un tailandese è normalissimo. Quindi il disgusto si costruisce sull’esperienza, e dato che un qualcosa che ci disgusta provoca dispiacere, che l’opposto di piacere, mi è sembrato pertanto sensato inserirlo in questa categoria. Il disgusto è comunque di solito associato a qualcosa, di solito un oggetto inanimato, che ci ripugna, dal quale è meglio stare alla larga.

Gli unici oggetti che unanimemente vengono riconosciuti disgustosi secondo Rozin e Fallon (1987), sono le feci e l’urina.

Il disprezzo invece è sempre indirizzato verso un oggetto animato, come una persona o un animale. trae forza dall’osservazione negli altri di atteggiamenti trasgressivi, che violano le norme morali e le convenzioni sociali, con atteggiamenti di falsità, superiorità, violenza. Prende quindi rilievo l’aspetto relativo alle relazioni nel momento in cui viene esplicitato. Secondo Garotti (1982) il disprezzo viene associato a forme comunicative come lo scherno, la derisione, la battuta ironica o sarcastica, fino ad arrivare agli insulti.

Rimorso e rimpianto

I due termini vengono spesso confusi ed utilizzati come sinonimi. In realtà hanno accezioni diverse.

Il rimorso è un emozione spiacevole e ossessiva rispetto ha un qualcosa che abbiamo fatto o detto in passato. scatena l’emozione di pentimento. I cocci rotti non si possono aggiustare…

Il rimpianto è invece un dolore che si presenta in modo nostalgico quando pensiamo a qualcosa che in passato non abbiamo detto o fatto, provando un emozione di rammarico. 

Il treno ormai è passato…

Aggirare il rimpianto e il rimorso

A questo punto la domanda nasce spontanea; meglio avere rimorso per aver fatto qualcosa che poi è andata storta, o il rimpianto di non averla mai fatta?

Naturalmente non esiste una risposta univoca, dopotutto non possiamo sapere che risvolto avrà una nostra decisione. E’ però vero che posso costantemente monitorare la direzione che sto percorrendo e se vedo che inizio ad andare fuori strada posso cercare di correggere il tiro. Questo vuol dire, che dal mio punto di vista le occasioni che la vita ci mette di fronte vanno sempre colte (o quasi), starà poi a noi, monitorare e valutare man mano come procedere per non cadere vittima del rimorso o del rimpianto. 

Parlare dell’inquisitore interno…

Dolore

Il dolore rappresenta l’estremo opposto del piacere. E’ una sensazione di base perché la natura ci da fin da subito la possibilità di sperimentarlo, ma poi l’emozione si attiva in base alle esperienze di vita. E’ una sensazione lacerante che si accende ogni qual vota veniamo privati, apparentemente o realmente in modo irrimediabile, di qualcosa, sia una persona, che un oggetto reale o astratto. La morte di una persona cara, essere lasciati dall’amata, la partenza di un figlio, la perdita del lavoro, il non vedere la via di uscita nella risoluzione di un problema pressante. In ogni circostanza il dolore vela di nero la vita di chi lo sperimenta. Se protratto per lunghi periodi può condurre ad un vero e proprio stato depressivo, nel quale la persona non vede vie d’uscita da baratro in cui è finita, e rinuncia ad affrontare perché, quando apparentemente non c’è soluzione, l’unica cosa da fare è arrendersi e abbandonarsi al dolore della perdita.

Forma anticipatoria del dolore: Angoscia

Al presente: Dolore

Forma posticipatoria: Depressione

Ts cercare di non pensare, e di non soffrire

paradosso. Più cerco di star bene più i pensieri dolorosi, con le relative sensazioni, riemergono in maniera ossessiva.

Rimorso e rimpianto

Gli stratagemmi che è possibile utilizzare quando proviamo dolore sono:

  • “aggiungere legna per spegnere il fuoco” : decidiamo di lasciarci andare verso il fondo del dolore, sapendo che “bisogna toccare il fondo per tornare a galla” e che tanto più forte sarà il dolore, tanto più rapidamente riusciremo a gestirlo e superarlo.
  • “se vuoi drizzare una cosa impara prima come storcerla di più”: anticipiamo mentalmente tutti i dolori attraverso cui dovremo passare se non avremo la volontà di andare avanti. L’idea di un dolore peggiore aiuterà la persona a sopportare quello attuale.

Gestire il dolore

Purtroppo non esiste una pozione che possa magicamente liberarci dal vivere il dolore. Dopotutto anche se molto spiacevole spesso e volentieri, gradualmente dopo la perdita, l’umore si  . Ma non sempre è così, e spesso le soluzioni che adottiamo per cercare di stare meglio sono quelle che ci affossano ancora di più. Per fare un esempio, è prassi comune quando vediamo un amico giù di morale, battergli una pacca sulla spalla e dirgli, vedrai, tutto si sistemerà, esci, divertiti, goditi la vita. Certo l’amico dice queste cose in buona fede, ma visto che per il proprio umore depresso, la persona non riuscirà a seguire quei consigli, si deprimerà ancora di più. 

Purtroppo quindi non è possibile volare sopra al dolore, come sosteneva Robert Frost “se vuoi venire fuori dal dolore devi passarci dentro”, e per farlo, non va scacciato, ma vissuto, in particolare concedersi dei spazi in cui ricercarlo e abbandonarsi per toccare il fondo (R. Milanese 2007). Dopotutto se si tocca il fondo, dopo non si può far altro che risalire…

RABBIA

La rabbia tra le 4 sensazioni di base, è una delle più primordiali, tanto che è possibile sperimentarla fin da neonati e riscontrarla in animali filogeneticamente meno evoluti rispetto a noi e ai mammiferi in generale, come rettili, anfibi o uccelli. La sua funzione principale, che ha garantito evolutivamente la sopravvivenza della nostra specie, è infatti quella di attivare le nostre risorse interiori di fronte a costrizioni, frustrazioni o difficoltà, al fine di raggiungere i nostri scopi. In particolare l’attivazione della rabbia con la tipica esplosione, avviene quando abbiamo la percezione che qualcuno ci ostacoli nel raggiungimento di un nostro appagamento, cercando quindi di farci volontariamente del male. (stiamo in realtà facendo il suo gioco)

Quindi come le altre sensazioni di base, anche la rabbia, sebbene percepita come sgradevole, ha una sua utilità ed è necessaria per mantenere un buon equilibrio con il mondo.

Eppure è culturalmente additato come debole colui che cede alla rabbia e all’ira, e questo perché, benché rappresenti il movente della giustizia, possiede un grosso potere relazionale; in poche parole se siamo irascibili e tendiamo ad esplodere facilmente possiamo creare dei grossi problemi sociali. Immaginiamoci di arrabbiarci con il capo, con un amico, con la moglie, con un familiare. … Sicuramente in ogni caso si verranno a creare delle situazioni di tensione che poi in qualche modo dovremo risolvere.

Inoltre la rabbia e la frustrazione non permettono di operare seguendo i criteri razionali, svia le percezioni, portando le persone ad osservare il mondo come attraverso un binocolo, in cui si osserva molto bene ciò che stiamo guardando ma si perde di vista tutto il contorno.

Anche la rabbia ha molte emozioni correlate che si costruiscono attraverso l’esperienza:

Rabbia e osssessivi

Rabbia e Paranoia

Anticipatoria, che anticipa l’emozione rabbiosa: Frustrazione, esasperazione, Sospetto

Rivolta al presente: Ira o rabbia espressa, Rabbia repressa

Al passato, che si alimenta da ciò che in passato è successo: rancore o odio, vendetta, Senso di colpa

 

Gli stratagemmi che possono essere applicati per la gestione della rabbia sono:

  • “creare il vuoto per farvi entrare il pieno”: incanaliamo la rabbia per poi farla defluire senza che crei danni, ad esempio, scrivendola (lettere di rabbia – valvola della pentola a pressione – carta e penna).
  • “uccidere il serpente con il suo stesso veleno”: usiamo la rabbia contro se stessa per bloccare la reazione aggressiva (se reagisci arrabbiandoti mostri la tua debolezza non la tua forza).

Frustrazione, esasperazione

La frustrazione nasce quando ci sentiamo costretti fisicamente o mentalmente, e per qualche ragione, esogena o endogena, non possiamo appagare i nostri bisogni. Secondo John Dollard (1987) alla base di un comportamento aggressivo, che rappresenta la risposta, c’è sempre un evento frustrante, cioè lo stimolo.

Possiamo essere frustrati con noi stessi, per le nostre incapacità, con gli altri quando ci limitano, o con il mondo quando le circostanze temporali, sociali o spaziali ci impediscono di ottenere ciò che vorremmo.

La frustrazione non conduce sempre all’espressione della rabbia, sottintende più un disagio costante. Anche perché se sono frustrato perché ho fame e sono in un isola deserta dopo un naufragio, con chi mi posso arrabbiare se non con il destino infausto…

Quindi la frustrazione rappresenta l’emozione anticipatoria della rabbia, (come l’ansia per la paura) che ci mette in guardia, che ci fa agire con circospezione. Questa attivazione può condurre, a una risoluzione del problema iniziale o se le cose non si aggiustano ad esprimere o reprimere la rabbia.

Ira o rabbia espressa

Esplodere la propria rabbia è raramente una buona idea, proprio perché come dicevamo prima, si possono creare dei veri e propri disastri relazionali. L’iracondo è colui che non riesce a trattenere la propria rabbia, facendola esplodere verso l’esterno come un vulcano.

Esprimerla relazionalmente serve ad incutere sensazioni di paura e sottomissione negli altri, sia sul livello delle azioni che dei pensieri.

Si arriva ad esplodere in particolare quando percepiamo che qualcuno ci sta nuocendo intenzionalmente, oppure cerca di costringerci a fare o pensare qualcosa. Credo che ribellione e ira vadano concettualmente a braccetto.

Cosa avviene quando si esplode? Dentro di noi l’emozione prende il sopravvento sulla ragione spingendoci a fare, dire e pensare unicamente sul canale della rabbia. Sul piano comunicativo si assume una postura minacciosa, con arterie e occhi iniettati di sangue, proprio ad indicare aggressività e attacco. Sul piano paraverbale si alza il tono della voce fino anche ad urlare a squarciagola. I contenuti linguistici passano in secondo piano perché come dicevamo, quando siamo in preda all’ira, la ragione non fa più da filtro, e di solito vengono espressi verbalmente solo sproloqui tesi a colpire e ferire l’oggetto della nostra rabbia, spesso senza una connessione logica con il problema iniziale.

Aggirare l’ira

Anche se l’ira rappresenta l’espressione istantanea della rabbia, è comunque possibile controllarla, in particolare cercando di riallineare la ragione con l’emozione. In questi casi l’espediente migliore consiste nel utilizzare la tecnica dell’anticipazione. In pratica quando sentiamo che stiamo per esplodere, prima di dire qualsiasi cosa dovrò ammettere: “scusami tanto ma adesso ti dirò una cosa che non ti piacerà e probabilmente ti farà molto arrabbiare, ma te la devo dire altrimenti non mi sento a posto con la mia coscienza”. Questa semplice affermazione consente di riportare la ragione davanti all’emozione. E’ inoltre estremamente importante non cedere alla tentazione di alzare il tono della voce. Quando lo facciamo infatti le persone che ci stanno davanti non saranno persuase ad ascoltare i nostri contenuti, ma anzi saranno infastiditi e cercheranno di allontanare le orecchie. Se invece al contrario riusciamo a tenere un tono basso e un andamento adagio e rilassato, gli altri saranno invogliati ad ascoltarci e avvicineranno le orecchie per sentire cosa abbiamo da dire.

Queste sono le indicazioni per chi tende ad esplodere. Ma invece come dovrebbe comportarsi che è vittima dell’ira altrui? Solitamente la reazione che viene spontanea con chi ci aggredisce è aggredirlo a nostra volta, creando in questo caso un escalation di rabbia, che raramente si esaurisce senza “spargimenti di sangue”…

La soluzione migliore in questi casi è non farsi trasportare sul piano altrui e disarmare l’avversario rompendo il suo intento.

Cosa vuole fare chi si arrabbia con noi? Nuocerci perché nella sua percezione noi abbiamo fatto del male a lui. Se noi rispondiamo alle sue provocazioni, non facciamo altro che metterci sul suo piano facendo esattamente il suo gioco e facendogli percepire che i suoi colpi stanno andando a segno. Lo stratagemma da usare in questi casi è “uccidi il serpente col suo stesso veleno”, cioè non sputarlo o rimandarlo in dietro, ma farglielo ingoiare, trasformando l’ira di chi ci sta davanti in frustrazione perché non riesce a colpirci. Per far questo è necessario rispondere alle provocazioni in modo pacato, con tono basso e tranquillo, dicendo: “ti ringrazio molto per tutte le cose che stai dicendo, le tue affermazioni contribuiscono a farmi vedere i miei errori e a rendermi una persona migliore, quindi fallo ancora”. Questa esortazione ha il potere di disarmare chi cerca di nuocerci perché, se lui cerca di farci del male e noi gli stiamo dicendo che ci sta aiutando, rompiamo il suo intento iniziale, pertanto dovrà trovare un’altra strada per ottenere ciò che vuole, magari stavolta più funzionale.

Rabbia repressa

Anche ingoiare sempre il rospo può produrre effetti devastanti, ma questa volta non nel rapporto con gli altri, ma verso se stessi. Chi adotta questa modalità percepisce molto bene la rabbia, ma per alcune ragioni non può esternarla e continua ad accumulare rabbia su rabbia, senza mai far valere le proprie ragioni e sottostando alle imposizioni degli altri o delle circostanze.

Questa modalità operativa può produrre due possibili esiti:

Rimanere costantemente schiacciati dalla sensazione della rabbia producendo a lungo andare stress, sensazioni d’impotenza e depressione, paranoie, somatizzazioni di vario genere.

In alcuni casi può capitare che la rabbia sia talmente compressa e stratificata, da portare alla tipica goccia che fa traboccare il vaso. Lo leggiamo spesso nella cronaca nera: “ragazzo tranquillo, che non faceva male a una mosca, poi di punto in bianco ha sterminato la propria famiglia”.

 Si perché in questi casi, quando di rabbia accumulata ce ne tanta, è come gonfiare un palloncino fino al punto di collasso. Più tensione accumula più sarà grande la deflagrazione.

Il rimugino costante su eventi che l’individuo non riesce o non può risolvere carica la molla che accumulando tensione, non venendo mai scaricata, ad un certo punto scatterà perdendo ogni freno inibitore.

Gestire la rabbia repressa

La strategia migliore, quando tendiamo ad accumulare rabbia nei confronti degli altri o del mondo, è scrivere quelle che nel modello breve strategico vengono chiamate lettere di rabbia.

In pratica vanno prese carta e penna, e va impostata una vera e propria lettera indirizzata all’oggetto della nostra rabbia. Dopo di che dobbiamo sfogarci scrivendo sulla persona o la situazione, tutte le peggiori cose che ci passano per la testa, infamandolo pesantemente. L’esercizio va ripetuto ogni giorno fino a che non ci sentirà scaricati. Questa strategia consente di far defluire la rabbia sfogandosi, ma in modo indolore, senza offendere nessuno, quindi senza intaccare la sfera relazionale, e senza esternare pubblicamente il nostro risentimento, evitando quindi di inficiare la nostra immagine.

Sitografia immagine: https://direzionebenessere.com/alfabetizzazione-delle-emozioni/#!prettyPhoto

Bibliografia:

V. Ramachandran, L’uomo che credeva di essere morto, Milano, Mondadori, 2011.
G. Nardone, Solcare il mare all’insaputa del cielo, Milano, Ponte alle Grazie, 2008.
G. Nardone, Cavalcare la propria tigre, Ponte alle Grazie, 2003.
I. Conti, Autoinganni, Milano, Franco Angeli, 2012.
S. Tzu, L’arte della guerra, Torino, Einaudi editore, 2011.
G. Nardone, Paura, panico, fobie, Milano, Ponte alle Grazie, 1993.

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