Come si costruisce la soluzione ad un problema psicologico?

“E’ molto importante tutto ciò che sai,
ma è ancora più importante come lo usi”.

Molti mi chiedono perché nei miei articoli fornisco spiegazioni molto esaurienti dei vari disturbi psicologici, ma raramente fornisco soluzioni concrete da mettere in pratica.

In realtà ci sono diverse ragioni:

La maggior parte delle psicopatologie possiede caratteristiche uniche.
Ognuno costruisce a modo suo il proprio problema, e a modo suo lo mantiene. Certo, la maggior parte delle patologie possiede una struttura di base analoga rispetto alla natura del problema e questo permette di dare un nome, un etichetta, ad un certo disturbo. Per fare un esempio se una persona si sente costretta da pressioni interne a compiere determinati gesti ripetitivi, smorfie, gesti con le mani, toccare un certo di numero di volte un oggetto, molto probabilmente ci troviamo di fronte ad un soggetto, ossessivo-compulsivo. Sembra semplice, allora dove sta l’inghippo?

Che ogni ossessivo-compulsivo, costruisce a modo suo e rispetto ai propri pensieri ossessivi, la propria compulsione. Vi assicuro che la mente umana è capace di trovare modi veramente originali di torturarsi. Ci sono individui costretti a lavarsi i genitali con prodotti chimici un certo numero di volte al giorno, altri che non possono toccare nulla per paura delle contaminazioni, altri che devono forzatamente compiere gesti propiziatori come applaudire un certo numero di volte, altri ancora che devono elaborare mentalmente certi numeri in modo ripetuto per far si che le cose vadano bene. Insomma, le variabili sono infinite. Come potete intuire, vista l’originalità, anche la soluzione più calzante dev’essere altrettanto originale e soprattutto costruita sul problema. In prospettiva breve strategica è la tecnica che deve adattarsi al problema e non viceversa. Quindi già questo spiega perché non è possibile fornire un’unica soluzione che vada bene per tutti.

Solo attraverso la comunicazione possiamo comprendere congiuntamente il problema.
Benché in ottica breve strategica, le prescrizioni rappresentino il canale preferenziale per far vivere emotivamente ai nostri pazienti, ciò che con le parole non può essere trasmesso, non rappresentano che una minima parte del lavoro che viene svolto durante una seduta terapeutica. Infatti senza un cambio di prospettiva congiunto, guidato ad arte dall’abilità comunicativa del terapeuta, è difficile produrre dei cambiamenti concreti. Durante le sedute scopriamo insieme al paziente stesso come funziona il suo problema. Dopotutto lui è l’unico a saperlo, basta guidarlo nella direzione giusta, con le domande giuste, con le ristrutturazioni e metafore più adatte, al fine di cambiare la sua prospettiva rispetto alla vecchia visione patologica. “Creare una realtà nuova, che sia accettabile e sostituisca quella vecchia”, che ha originato e mantiene vivo il problema.

Vincere, lottando contro se stessi, è la più difficile delle sfide. L’unico modo per spuntarla è innalzare le proprie risorse personali.
Migliorare se stessi, con i propri mezzi, in realtà non è impossibile. E’ solamente molto difficile. Serve una concomitanza di molti fattori, e senza mezzi adeguati, un pò di fortuna. Vediamo perché: Prima di tutto per cambiare serve che qualcosa non vada bene. Come si dice, squadra che vince non si cambia, quindi se tutto funziona bene perché cambiare. Difficilmente pensiamo che è proprio quando le cose vanno per il verso giusto che dobbiamo insistere e farle andare ancora meglio. Quindi ci rendiamo conto di dover cambiare qualcosa solo quando le cose vanno veramente male. Ma qual’è la direzione giusta da prendere? Spesso e volentieri quella che al momento sembra funzionare meglio. Sembra strano ma la maggior parte dei disturbi mentali si origina proprio qui: c’è bisogno di cambiare, ma non pianificando la direzione del cambiamento si finisce per percorrere strade sbagliate che si rinforzano ogni giorno e ci fanno perseverare nell’errore, divenendo la fonte che irriga il problema. Un esempio esaustivo è la credenza popolare per la quale parlando dei propri problemi poi si starebbe meglio. In termini generali questo è vero, solo fino a quando per stare meglio non ci si trova costretti ad angosciare continuamente parenti e amici. In più, dato che se ne trae effettivo giovamento, in questo modo si rinforza la credenza che parlare faccia davvero stare meglio. Ad un certo punto ci si trova costretti a parlare perché altrimenti si sta male, quindi il problema arriva a rinforzarsi da solo catapultando il soggetto in una spirale nella quale la soluzione è diventato il problema. Quindi cosa rende un cambiamento funzionale?
La conoscenza della struttura del problema e la pianificazione delle strategie da utilizzare per raggiungere l’obiettivo. Questo significa passare da un destino subito ad uno costruito volontariamente.

Per aggirare la resistenza al cambiamento sono necessarie tecniche comunicative particolari.
Cos’è la resistenza al cambiamento? E’ l’inclinazione naturale di ogni uomo a ripercorrere le strade già battute che in passato si sono mostrate sicure e funzionali. Allora dov’è la trappola? Non è detto che ciò che in passato ha funzionato adeguatamente, funzioni altrettanto adeguatamente per risolvere il problema attuale. Detto così non sembra nulla di complicato, in realtà il nostro cervello, proprio per come è strutturato, consolida certi schemi che se reiterati si rinforzano e rendono difficile l’instaurarsi di nuovi percorsi alternativi. Per fare un semplice esempio, prendiamo i pedali dell’automobile, frizione, freno e acceleratore. Supponiamo di invertirne l’ordine, quindi con la gamba sinistra diamo gas e freniamo con la destra premiamo la frizione. Il solo pensarci manda in confusione, all’inizio sarebbe difficilissimo. Poi pian piano con la pratica miglioreremmo sempre di più. Questo perché i nostri percorsi cerebrali hanno bisogno di tempo e pratica per consolidarsi e funzionare in modo adeguato. Più tempo dedichiamo ad allacciare la nostra rete di comunicazione cerebrale, più questa si farà forte, più sarà complicato scioglierla. Nel modello strategico si definiscono quattro tipi di resistenza al cambiamento. Dal 1° detto collaborativo che farebbe di tutto pur di risolvere il proprio problema ma non sa come fare, per arrivare gradualmente al 4° che non è nemmeno consapevole di avere un problema (per lui sono tutti gli altri ad averne), e quindi dato che non ne sente la necessità non ci pensa nemmeno a cambiare.

Vorrei infine riportarvi i dati sulla valutazione di efficacia dei trattamenti,effettuai utilizzando metodologicamente la Terapia Breve Strategica. I dati sono stati raccolti presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo in un arco temporale di15 anni, su più di 10’000 casi.

Disturbi d’ansia (nel 95% dei casi tratatti)
Disturbo da attacchi di panico con e senza agorafobia
disturbo d’ansia generalizzato
fobia sociale
disturbo post-traumatico da stress
fobie specifiche

(nell’89% dei casi)
ossessioni
compulsioni
disturbi somatoformi (ipocondria, dismorfofobia, ecc)

Disordini alimentari (nell’83% dei casi)
anoressia
bulimia
vomiting
binge eating

Disturbi sessuali (nel 91% dei casi)
difficoltà di erezione
eiaculazione precoce
vaginismo e dispaurenia
disturbi del desiderio

Depressione (nell’82% dei casi)
nelle sue varie forme

Problemi relazionali nei suoi vari contesti (nell’82% dei casi)
coppia, famiglia
lavoro, sociale

Problemi dell’inanzia e dell’adolescenza (nell’82% dei casi)
disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività
disturbo oppositivo-provocatorio
mutismo selettivo
disturbo da evitamento
ansia da prestazione
fobia scolare
disturbo da isolamento

Disturbi legati all’abuso di internet (nell’80% dei casi)
information overloading addiction: le informazioni non bastano mai
shopping compulsivo in rete
scommesse in rete
trading online compulsivo
dipendenza da chat
dipendenza da cybersesso

Bibliografia

G. Nardone, Solcare il mare all’insaputa del cielo, Milano, Ponte alle Grazie, 2008.

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