Perché tendiamo a pensare e comportarci rispecchiando il nostro io? Le tentate soluzioni.

“La persona più facile da
ingannare siamo noi stessi”.

(Edward Bunker)

Abbiamo visto nel precedente articolo (Cosa vuole dire essere se stessi? Cosa mi rende la persona che sono?) come il nostro sistema cerebrale sia costruito e si ristrutturi costantemente per rispecchiare in ogni istante il nostro essere. Grazie alla plasticità neurale è possibile cambiare, sia le nostre credenze, che il nostro modo di fare, di percepirsi, di agire… Ma nella realtà pratica non è così semplice. Tendiamo infatti a mantenere e riproporre certi schemi, proprio perché ormai consolidati. Cambiare comporta infatti un grosso spreco di energie sia fisiche che mentali, e il nostro, se così si può dire, “sistema di risparmio cerebrale”, ci spinge costantemente a ripercorrere le vecchie strade che si sono mostrate funzionali in passato. E qui sta l’inghippo. Non è infatti detto che un tentativo di soluzione funzionale, adottato in passato per un problema analogo a quello che dobbiamo affrontare, funzioni anche nel presente. Allora spinti dalle nostre credenze e autoinganni, continuiamo a metterlo in atto, anche se al momento non funziona. E’ molto più comodo insistere così, che cercare un’alternativa. Per di più, continuando ad utilizzarlo, andiamo a rinforzare fisicamente degli schemi cerebrali che al momento non funzionano, per la risoluzione del problema emergente, finendo per complicarlo sempre di più. Queste riflessioni ci permettono di introdurre il concetto di tentata soluzione.


Le tentate soluzioni, sono quell’insieme di pensieri o azioni che ogni individuo mette in atto per risolvere il problema emergente, in accordo con le sue percezioni, con il suo modo di essere e di percepirsi. Questi tentativi divengono disfunzionali quando invece che risolvere il problema vanno ad alimentarlo, facendo divenire la soluzione il problema stesso. Quindi le tentate soluzioni sono disfunzionali quando funzionano al momento, ma a lungo termine invece divengono la gabbia in qui mi chiudo da solo.

Vi faccio un esempio prendendo dalla pratica clinica il disturbo ossessivo compulsivo. Immagino che molti di voi sapranno di cosa sto parlando, in questi periodi si vedono in TV molti programmi che parlano del disturbo ossessivo compulsivo, come gli ossessivi per la pulizia o gli accumulatori patologici. Prenderò in questo caso come esempio un ossessivo compulsivo per le contaminazioni. Se siete curiosi potete andare a vedere il film di Di Caprio The Aviator, in cui il protagonista mostra chiaramente i disagi a cui può portare tale disturbo.
Inizialmente il problema si origina per la paura di essere contagiato da un virus, dai batteri, o dallo sporco in generale, perché se ciò avviene gli provoca forte ansia.

Cosa fanno questi individui per proteggersi? Iniziano ad evitare le situazioni rischiose per paura di essere contagiati. Quindi cercheranno di evitare di toccare le maniglie, di stringere la mano agli altri, di toccare i bottoni dell’ascensore ecc… Certe situazioni sono però rischiose solo perché loro gli hanno attribuito quel significato, ed ogni volta che le evitano rinforzano l’equazione, contatto uguale pericolo. Più evitano e più finiranno per evitare perchè hanno attribuito a quella situazione un valore pericoloso. Quando inevitabilmente finiscono per toccare l’oggetto pericoloso, l’ansia li sopraffà e devono rimediare in qualche modo. Quindi vanno a strutturare delle compusioni riparatorie, che gli permettono di abbassare l’ansia che li attanaglia. Ad esempio lavandosi le mani per 3 volte. In questo modo si sentono protetti. Quindi la soluzione a quanto pare funziona perché dopo averlo fatto si sentono effettivamente meglio. Ma secondo voi il loro problema è risolto. Assolutamente no, anzi pian piano andrà a peggiorare perchè il problema diventa proprio la compulzione che li costringe a fare ripetute azioni per molte volte al giorno, e finiscono per non fare più nulla perché altrimenti sono costretti a perdere un mucchio di tempo a ripetere sempre gli stessi gesti. Quindi il problema dopo un po’ non sarà tanto la paura di toccare la maniglia per la paura della contaminazione, ma se la toccano devono poi perdere tempo per mettere in atto i rituali di riparazione. Ecco come una soluzione arriva a diventare il problema, senza tra l’altro mettere a posto il problema iniziale.

Questo esempio vi fa capire chiaramente, come siamo artefici di ciò che ci succede, e di come sia spesso così facile cadere nelle trappole, che da soli costruiamo, e poi manteniamo. Considerate che in questo articolo abbiamo osservato solo un paio di tipi di tentate soluzioni disfunzionali. In realtà ce ne sono di tantissimi tipi, tant’è che ognuno costruisce le proprie, a modo suo, sulla propria patologia. E’ lo stesso per gli attacchi di panico, per l’ansia, per i disturbi alimentari, per le fobie, le paranoie, ecc…

Ma allora perché se ci sentiamo costretti a sottostare a certe regole autoimposte, anche se evidentemente peggiorano la nostra situazione?

Proprio perché come abbiamo già detto, le soluzioni si costriuscono sulle nostre conoscenze, percezioni, e sui tentativi di soluzione che sono risultati efficaci in situazioni analoghe. Specialmente quando si tratta di psicopatologia, è molto difficile escogitare tentativi di soluzioni efficaci, proprio perché l’individuo non ha materialmente a disposizione le armi per conoscere e contrastare il problema che da solo ha costruito. Questo perché la risoluzione di tali problemi segue le logiche non lineari. Cosa sono? lo vedremo nel prossimo articolo…

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